{"id":4998,"date":"2018-03-19T15:36:46","date_gmt":"2018-03-19T15:36:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.operalapira.it\/?p=4998"},"modified":"2018-03-19T15:36:46","modified_gmt":"2018-03-19T15:36:46","slug":"europa-un-progetto-politico-di-pace","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/operalapira.it\/?p=4998","title":{"rendered":"Europa: un progetto politico di pace"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/operalapira.it\/europa-un-progetto-politico-di-pace\/parlamento-europeo\/\" rel=\"attachment wp-att-5008\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5008\" src=\"https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1.jpg\" alt=\"\" width=\"2000\" height=\"1000\" srcset=\"https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1.jpg 2000w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-300x150.jpg 300w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-1030x515.jpg 1030w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-768x384.jpg 768w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-1536x768.jpg 1536w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-1500x750.jpg 1500w, https:\/\/operalapira.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/parlamento-europeo-e1521473371281-1-705x353.jpg 705w\" sizes=\"auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px\" \/><\/a><br \/>\nda Prospettive 149<br \/>\nterzo trimestre 2014<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>\u201cLa pace mondiale non potr\u00e0 essere salvaguardata se non con<\/em><br \/>\n<em>sforzi creativi, proporzionali al pericoli che la minacciano.<\/em><br \/>\n<em>Il contributo che un\u2019Europa organizzata e vitale pu\u00f2<\/em><br \/>\n<em>apportare alla societ\u00e0 \u00e8 indispensabile per il mantenimento<\/em><br \/>\n<em>delle relazioni pacifiche. [\u2026]<\/em><br \/>\n<em>L\u2019Europa non potr\u00e0 farsi in una volta sola, n\u00e9 potr\u00e0 essere<\/em><br \/>\n<em>costituita tutta assieme, essa sorger\u00e0 da realizzazioni concrete<\/em><br \/>\n<em>che creino innanzitutto una solidariet\u00e0 di fatto\u201d<\/em><br \/>\n<strong><em>Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950<\/em><\/strong><\/p>\n<p>La parola \u201ccrisi\u201d \u00e8 ormai diventata una delle pi\u00f9 usate ed abusate del vocabolario comune, tutto ci sembra enormemente ed irrimediabilmente in crisi: l\u2019economia, la societ\u00e0, la famiglia, le istituzioni, i rapporti interpersonali. Associare la parola \u201ccrisi\u201d all\u2019Europa \u00e8 ormai poco pi\u00f9 che una banalit\u00e0, quasi una frase fatta: crisi dell\u2019Eurozona, crisi del processo di integrazione europea e cos\u00ec via. Sentiamo dunque la necessit\u00e0 di riflettere sull\u2019Europa e sulla sua \u201ccrisi\u201d, di coglierne le peculiarit\u00e0 e di immaginare soluzioni creative per superarla. Alla ormai generalizzata denuncia della crisi non ha fatto seguito \u2013 infatti \u2013 una riflessione costruttiva sull\u2019Europa n\u00e8 sulle motivazioni stesse che stanno a fondamento di questo progetto. \u00c8 invece proprio questo l\u2019elemento da porre alla base di qualunque analisi: l\u2019aspirazione di pace che porta con s\u00e9 il progetto dell\u2019Europa unita. Quando nel 1950 Schuman, ministro degli esteri francese, pensava a \u201crealizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidariet\u00e0 di fatto\u201d aveva in primo piano la produzione e il commercio comune del carbone, allora fonte primaria di approvvigionamento energetico, e dell\u2019acciaio, principale materiale dell\u2019industria bellica. Il messaggio era fortissimo: da strumento di offesa e violenza la produzione del carbone e dell\u2019acciaio diventa strumento per il benessere e la sicurezza dei popoli europei. <strong>Siamo di fronte ad un vero e proprio tornante della storia: popoli che si fanno la guerra da secoli<\/strong> (almeno 3 guerre devastanti nei precedenti 80 anni) <strong>desiderano vivere in pace<\/strong>. Questo desiderio necessitava di essere trasformato in progetto politico: ossia di mettere a servizio di questo quelle realizzazioni concrete di cui parlava Schuman. Queste realizzazioni non dovevano per\u00f2 chiudersi ed esaurirsi nella contingenza dei problemi del tempo, ma portare con s\u00e9 il seme del nuovo, delle nuove sfide che l\u2019uomo si sarebbe trovato ad affrontare nei decenni futuri, delle nuove forme sociali e giuridiche che si sarebbero rese necessarie per affrontare tali sfide. Questo appare oggi largamente disatteso, ed \u00e8 qui che inizia la crisi: dall\u2019incapacit\u00e0 di dare coerente sviluppo al desiderio di pace espresso chiaramente dai politici, ma prima ancora dai popoli, europei all\u2019indomani della seconda guerra mondiale.<br \/>\nCome ricorda La Pira: \u201cLa crisi \u00e8 cosa semplice. <strong>Il diritto \u00e8 come un vestito: voi dovete proporzionarlo al corpo che esso \u00e8 chiamato a coprire.<\/strong> Quando questo diritto diventa un vestito che non \u00e8 pi\u00f9 proporzionato al corpo, succede la rivolta, si sfascia ogni cosa. Le realizzazioni concrete di cui parlava Schuman sono \u2013 infatti \u2013 ben presto diventati assunti ideologici. La definizione di un\u2019area di libero scambio e libera circolazione \u00e8 diventata fine del processo di integrazione europea, rendendolo miope, incapace di costruire sulle solide basi gettate dai padri fondatori. Questa incapacit\u00e0 persiste ancora oggi, e porta a conseguenze sempre pi\u00f9 gravi in un momento di profonda crisi economica. \u00c8 in questo percorso che deve necessariamente inserirsi la nostra riflessione sull\u2019Europa di oggi, una riflessione che vuole andare oltre la superficiale dicotomia tra europeisti e antieuropeisti, ma che dopo aver constatato la validit\u00e0 storica delle premesse di pace che sottendono la stessa idea di Europa, denunciato l\u2019incapacit\u00e0 di una costruzione coerente a quelle promesse, si metta alla ricerca di quelle soluzioni nuove e creative che permettano di costruire pace sulla base di nuove realizzazioni concrete adatte alle esigenze e alle sfide di questo nostro tempo. Questa sar\u00e0 forse la pi\u00f9 grande sfida della generazione dei giovani di oggi, una sfida non pi\u00f9 rinviabile o delegabile. Questa sfida richiede un approccio giovane: \u201cI popoli giovani, le generazioni giovani, hanno un potenziale religioso che \u00e8 di immenso valore creativo per la storia del mondo, un grande sforzo di preghiera, pensiero ed azione perch\u00e9 il progetto di pace nato dopo la seconda guerra mondiale possa portare frutto, dentro e fuori dall\u2019Europa. La prima, grande, sfida da affrontare \u00e8 quella dell\u2019identit\u00e0. Dopo gli ultimi trattati di riforma tutti i cittadini di Stati Membri dell\u2019Unione sono anche Cittadini Europei, ma a questa forma giuridica non corrisponde la consapevolezza di una comune identit\u00e0 europea. Questo si riscontra sia nel dibattito pubblico, sia nelle scelte politiche, dove troppo spesso prevale l\u2019interesse della singola nazione a discapito di altri popoli. La sfida \u00e8 quella di educarci ad essere europei, come amava ripetere Jean Monnet: \u201cFar lavorare gli uomini assieme gli mostrer\u00e0 che dietro le loro differenze e i confini geografici, giace qualcosa di comune\u201d. Questo non pu\u00f2 significare uniformarci ad un modello dominante, ma cogliere gli elementi che ci accomunano, i tre \u201ccolli\u201d su cui la cultura europea poggia: l\u2019Acropoli, il Campidoglio e il Golgota. A fronte di queste comuni radici, le differenze culturali e sociali che si sono sviluppate in quasi due millenni di storia non sono pi\u00f9 un ostacolo alla condivisione, n\u00e9 il motivo di scontri; ma diventano la vera ricchezza di un modello unico nella storia delle forme organizzate di convivenza. Infatti il progetto di unificazione europea non trova processi simili n\u00e9 precedenti. Per questo la prima sfida da affrontare \u00e8 quella dell\u2019identit\u00e0: essa \u00e8 il prerequisito per costruire un \u201cvestito\u201d giuridico che si adatti pienamente al corpo dei popoli europei. <strong>Edificare un sistema coerente alle nostre comuni radici richiede che la chiave di volta di tutto l\u2019edificio sia l\u2019uomo<\/strong>, al cui servizio stanno il diritto (il Campidoglio) e le istituzioni democratiche (l\u2019Acropoli). Al di l\u00e0 di tutte le difficolt\u00e0 (prima tra tutte le differenze linguistiche e geografiche) non potr\u00e0 costruirsi un\u2019Europa organizzata e vitale senza fondare sulla partecipazione attiva dei popoli europei i modelli di gestione politica delle istituzioni, segnando una netta inversione di tendenza con l\u2019attuale assetto che, pi\u00f9 che essere frutto della scelta del popolo, \u00e8 espressione di rapporti di forza tra gli Stati Membri. Si tratta di trovare il \u201cvestito\u201d per il \u201ccorpo\u201d dei popoli europei: se non \u00e8 ancora chiaro il corpo non \u00e8 neppure possibile trovare il vestito. Si tratta allora di continuare il percorso che tende a colmare il deficit democratico nella gestione delle istituzioni europee. Ma non \u00e8 sufficiente continuare questo percorso, che pure \u00e8 positivo: \u00e8 necessario rivederne il fondamento, la stessa base teorica, porre al centro del cambiamento la persona. Questa centralit\u00e0 discende direttamente dalle radici comuni dei popoli europei: la centralit\u00e0 dell\u2019individuo nella sua dimensione sociale, giuridica, politica e spirituale \u00e8 quel minimo comune denominatore culturale che deve informare il nuovo edificio: un edificio democratico, che persegua la giustizia sociale e che abbia una particolare attenzione verso gli ultimi. Non si tratta di una presa di posizione politica: le soluzioni concrete dovranno essere trovate nel confronto tra posizioni e idee differenti; quello che deve essere messo in evidenza \u00e8 che la centralit\u00e0 della persona nell\u2019edificazione dell\u2019Europa \u00e8 una vocazione che deriva dalla comune identit\u00e0 culturale dei popoli che la formano. In questo modo sar\u00e0 possibile affrontare le sfide per la pace che il nostro tempo ci proporr\u00e0, a partire dal superamento di quelle situazioni di conflitto che gi\u00e0 oggi permangono nel territorio europeo: la divisione di Cipro, le tragedie dei migranti che avvengono quasi quotidianamente nel Mediterraneo, l\u2019instaurarsi di governi autoritari nell\u2019est-europeo, la complessa situazione della citt\u00e0 di Melilla (citt\u00e0 spagnola in territorio marocchino) e cos\u00ec via. Il mantenimento della pace interna, come si pu\u00f2 vedere anche dal breve elenco fatto, non \u00e8 qualcosa di acquisito ed immutabile, ma \u00e8 necessario continuare a vigilare ed operare. In questo un segno forte, che l\u2019Europa forse non ha colto fino in fondo, \u00e8 stato il conferimento del Premio Nobel per la Pace del 2012 all\u2019Unione Europea: il riconoscimento degli sforzi e dei risultati ottenuti in quasi 60 anni di integrazione europea consegnano oggi nelle mani dell\u2019Europa una responsabilit\u00e0 ulteriore: quella di essere veri e primi operatori di pace a livello regionale e globale. Basta prendere in mano una cartina e vedere come non ci sia pace in quasi nessuno dei paesi limitrofi ai territori europei, dall\u2019Ucraina, al Medio Oriente, fino alla sponda sud del Mediterraneo. La scarsa incisivit\u00e0 e l\u2019assenza di coesione nell\u2019operato europeo nelle recenti crisi dimostra quanta strada debba essere ancora fatta. Ma \u00e8 la stessa vocazione alla politica per l\u2019uomo propria dell\u2019Europa che impedisce di accantonare la sfida della pace! \u00c8 una responsabilit\u00e0 di cui occorre farsi carico, anche e soprattutto con mezzi creativi: chi avrebbe mai detto che investire nella ricerca per ritrovare la sovranit\u00e0 energetica potesse essere un mezzo di pace? Anche a livello globale l\u2019Europa dovr\u00e0 farsi operatrice di pace. In questo momento storico i rapporti internazionali stanno sempre pi\u00f9 diventando rapporti di forza commerciali ed economici, le spese militari tornano a salire, e \u2013 mutatis mutandis \u2013 rischia di riproporsi una contrapposizione tra blocchi. <strong>Se l\u2019Europa vorr\u00e0 continuare ad essere un attore rilevante nel panorama internazionale dovr\u00e0 necessariamente farlo nell\u2019ottica della pace<\/strong>. Infatti da una parte, non potendo contare sulle risorse energetiche n\u00e9 potendo competere in termini di costo del lavoro e di produzione con i paesi emergenti, \u00e8 impensabile che i paesi Europei (nel medio periodo) possano inserirsi con possibilit\u00e0 di successo nei rapporti di forza internazionali, dall\u2019altra parte \u00e8 la stessa vocazione politica dell\u2019Europa ad esigere che il suo ruolo internazionale sia quello di portatrice di pace. La vocazione prettamente politica dell\u2019Europa fa si che la pace non possa essere intesa solo come \u201cassenza di guerra\u201d, ma deve mirare ad una pi\u00f9 profonda pacificazione sociale, tra persone e tra popoli, ossia a costruire una pace di cui tutti possano godere appieno. Le sfide che abbiamo di fronte sono grandi e difficili, per affrontarle \u00e8 necessario un grande sforzo di preghiera, pensiero ed azione!<br \/>\nEditoriale di Prospettive 149<br \/>\nTerzo trimestre 2014<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da Prospettive 149 terzo trimestre 2014 \u201cLa pace mondiale non potr\u00e0 essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali al pericoli che la minacciano. Il contributo che un\u2019Europa organizzata e vitale pu\u00f2 apportare alla societ\u00e0 \u00e8 indispensabile per il mantenimento delle relazioni pacifiche. 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